Articoli completi

L'ora del Thé - Gruppi di messa in parola per donne migranti

Tratto da un'esperienza della Dr.ssa Giada Mastrogiorgio

L’idea di creare dei gruppi di messa in parola per donne migranti è nata grazie alle riflessioni transculturali e alla collaborazione con Ántes Odv, associazione di Agrate Brianza che opera nel campo della prevenzione del disagio, e Cascina Cantalupo di Monza, che opera nel settore dell’accoglienza di mamme con minori a carico che necessitano di un periodo di sostegno in un ambiente protetto di un accompagnamento verso un percorso di autonomia.

In Cascina l’accoglienza viene vissuta nel rispetto di ogni persona in quanto tale, senza alcuna discriminazione di tipo religioso, sociale o culturale e gli operatori sono coinvolti in prima linea nella gestione della convivenza multiculturale degli ospiti. Inoltre la Cascina Cantalupo rappresenta un luogo in cui la storia personale di ognuno viene rispettata, accettata e considerata come risorsa e potenzialità per progettare e ripensare il proprio futuro. Gli ospiti della Cascina sono affiancati da educatori e professionisti in grado di gestire la complessità e l’eterogeneità dei bisogni portati nell’ottica di affiancare l’utenza verso una sempre maggiore autonomia.

Ántes Odv collabora con le ospiti e le operatrici della Cascina Cantalupo da diverso tempo, proponendo attività di gruppo ed esperienze laboratoriali atte ad intrattenere e stimolare i più piccoli, a prevenire il disagio legato all’istituzionalizzazione, a favorire l’empowerment femminile e la coesione di gruppo.

In questo panorama, grazie al progetto “Le scarpe piene di passi”, sono nati i gruppi di messa in parola rivolti alle donne ospiti della struttura, al fine di favorire il dialogo e il confronto tra le varie culture, l’elaborazione della propria storia e del viaggio migratorio.

Il progetto ha permesso la realizzazione di gruppi multiculturali di donne coinvolte in 4 incontri con cadenza quindicinale della durata di 2 ore con l’obiettivo di favorire l’empowerment e la generatività sociale da un lato, e i valori della cooperazione e della multiculturalità dall’altro.

In questi incontri è fondamentale la dimensione della narrazione, che sta anche alla base dell’approccio transculturale, e quella del fare attraverso attività espressive l’utilizzo di artefatti al fine di evocare il tema della propria cultura d’origine e del viaggio migratorio con l’obiettivo di favorire il dialogo e l’incontro tra culture e tra soggetti.

 

Il conduttore:

Nell’approccio transculturale, come ama dire Rosalba Terranova Cecchini Pace, il paziente è il nostro miglio maestro. All’interno dei gruppi il conduttore può assumere il ruolo di facilitatore e di mediatore di tutti i vissuti e di tutte le narrazioni che circolano nel gruppo.

 

Un rito:

Un gruppo di parola, per poter essere definito transculturale, deve prevedere un rito riconosciuto e condiviso da tutti i partecipanti. Da qui il nome “l’ora del thé”: ogni partecipante, a turno, si offriva di preparare una merenda con una ricetta del proprio Paese d’origine accompagnandola ad una tazza di thè caldo.

Gli incontri prevedono inoltre la proposta alle partecipanti di attività che favoriscano la narrazione di sé e della propria esperienza (in questo caso non solo legata alla migrazione, ma anche al diventare mamma in terra straniera) e stimolino la coesione e il confronto all’interno del gruppo in un contesto accogliente e non giudicante.

 

Presentarsi:

I gruppi di parola nascono spesso con lo scopo di creare gruppi che condividono un’appartenenza ed è molto importante creare spazi all’interno dei quali ogni partecipante possa dire non solo CHI E’, ma in un’ottica transculturale, anche da CHI VIENE e da DOVE PROVIENE.

Ad ogni partecipante può essere, ad esempio, chiesto di presentare un altro membro del gruppo, dicendo quel che sa di lui e domandando quel che non sa e che vorrebbe sapere.

 

Giochi transculturali:

I gruppi di parola, per la loro breve durata e per il loro focus sulla promozione del benessere, dell’inclusività e dell’empowerment, si concentrano spesso su attività esperienziali di stampo ludico e ricreativo. Dal punto di vista transculturale è importante utilizzare giochi che mettano in luce in luce questi aspetti e favoriscano l’emergere del proprio mondo interno in un ambiente protetto. A questo proposito si possono proporre attività mediate dal gioco, ad esempio DIXIT può dare spunti di confronto e narrazione molto ricchi e rispettosi del mondo culturale di ogni partecipante.

 

Gli artefatti:

Nell’approccio transculturale acquistano molta importanza gli artefatti, in quanto oggetti portatori di significanti che ci permettono di accedere all’IO culturale del soggetto.

Nei gruppi di parola per donne migranti la richiesta di portare e condividere con il resto del gruppo un oggetto che rappresenti “chi sono e da dove vengo” favorisce da un lato la dimensione della narrazione di sé, dall’altro la fiducia, la coesione di gruppo e l’empatia.

 

I detti popolari:

Il logos è un aspetto importantissimo che fonda l’identità della persona. L’approccio transculturale garantisce la possibilità di esprimersi attraverso la propria lingua madre. Nei gruppi di parola possono quindi essere strutturate delle attività che favoriscano l’espressione nella propria lingua, ad esempio chiedendo ad ogni partecipante di condividere con gli altri membri del gruppo un detto popolare, ad esempio come nel caso delle ospiti della cascina cantalupo sulla maternità. Questa attività, in termini simbolici, può far emergere aspetti unici e peculiari a livello linguistico e culturale e favorire il dialogo. Soprattutto può garantire ai partecipanti la possibilità di esprimersi con la piena padronanza linguistica e la profondità e la sfumatura di significati che caratterizzano l’utilizzo della L1.

 

Il linguaggio delle fotografie:

L’utilizzo di fotografie può rappresentare un potente strumento di mediazione all’interno dei gruppi, in quanto ogni partecipante, rispondendo alla richiesta del conduttore con la scelta di una fotografia, può proiettare la propria visione del mondo sull’immagine all’interno di un contesto in grado di accogliere e contenere i vissuti di ognuno.

Le attività transculturali che possono essere proposte in un contesto di lavoro transculturale sono il photo language, il photo-projective, l’album di famiglia, l’autoritratto e così via.

 

L’aspetto che più colpisce nella realizzazione dei gruppi di parola è che sono vere e proprie attività transculturali: ogni gruppo prende via via una forma, crea un setting a geometria variabile e trascende la semplice somma dei singoli partecipanti. Inoltre, nonostante la brevità dell’intervento, agisce con molta potenza sull’aprire alla dimensione della prospettiva futura e dell’apertura a nuove possibilità.

 

 

 

Giada Mastrogiorgio